domingo, 12 de abril de 2009

BIFFA (Viejos poemas en italiano)






Teódulo López Meléndez


I

Incerteza

Uno sparo

questo pomeriggio di freddo
mi assassina.

Un azurro impossibile

sula pergola
cade
miriade.

Non so se sopravviveré
all´ombra
mostro
che avanza.


Questa clausura

Questa clausura, inenarrabile, terremoto immobile
passeggia
in me.


Regalo rotto

É tanto dura la notte
sillaba l´ululato del cane
una diaspora

la mia ombra

Intorno
questa oscuritá

L´infermitá
mi ottura le orecchie

di rocce
corpo nudo
l´umiditá

regalo rotto.


Farfalla morta

Ho cominciato:
una farfalla morta
l´aurora.

Tale il vento

Tense corde
nel fango

guardo, i va e vieni
del veleno.

Grido di cactus.

Davanti alla montagna chissá
in punta di piedi tale il vento

di serpenti.


Tristezza

Un fazzoletto il freddo

Tristezza,
come la recita Ungaretti
di Vinicus de Moraes
nel disco che ella mi diede in Roma.

Mi bendo la mandibola
scuoto
effervesco.


Semi neri

Triste sono,
pianta di nespolo,

semi neri
che vedo
cieco come sono
triste


Questa notte

Questa notte é un´arca di naufragi.
Pesa
Mi sento come a Ischia, vomitando tosse. Uguale
Serpente marino
questa notte
o la faccio mi amica
o mi ammazza
questa notte.


Paura

Sembrano coltelli carnefici
qui
nella solitudine della sera
i becchi delle ombre.
Traggo
dal tuo armadio
foulard che volano.
Un po´di luce
ti siluetta nela mia gola.


La testa di Chaikovsky

Se torni a Viena
portami la testa de Chaikovsky

compramela
dalla tua nuditá
solo le calze di seta
coprano le tue gambe


Silenzio

Non ci somo rumori
la cittá si é svuotata

solo la mia tristezza
silenciosa

pneumatica

vorrei uno scoppio di pazzia
peró lei é poderosa
qual cotone
qual ferita


Silenzio

La tua carne nei piccoli templi
non bagnò i miei capelli nella sera
ed io illanguidìi sulle terrazze
e l mie mani stettero silenti
e le tue mi negarono alimenti


Confessione

Lo confesso: il mio sangue fugge,
corre fluido
sulle pietre che restano
di questo sottomondo di muri diroccati.


II



Ricordato sia che venne dal mare

1

La volontá dei carboni nasconde i giocattoli in uno scolatoio nelle sabbie. Non crascitano le piume in mezzo alle gambe. Le dita si raccolgono verso le mani lentamente ma inevitabilmente. Le tormente si sentono nel colle. Le parole rimangono piccole e inutili, mormorano e cadono stanche. Le parole si infiacchiscono come una nonna vecchia.

2

Le parole si risentono delle missioni che diamo. Le parole si rattrapiscono come materia che retorna alla terra. C´e una pace di pareti spaccate. Le tartarughe escono agli orti e trascinano dalle zampe le parole. Le tartarughe invadono e danno in prestito le loro croase di plastica e tegole.

3

In tutti i pomeriggi di tutti i giorni mi sono seduto ad aspettare la pace che sempre mi arriva. La pace mi é imposta. La pace che mi arriva equivale a partenza dietro alle lumache e la tartarughe mi lasciano le loro croase caricate di spezie. La pace mi é imposta. Mi domando al cadere in seno ai miei duri protettori se la pace che mi hanno dato non equivale a pena.


4

Nei pomeriggi seduto in attesa chiedo ai mari se i miei piedi ammessi sarebbero a camminare ortaggi e a scolpire manghiere. Nella pace delle mie braccia cadute domando ai mari se il sale é buono a restituire la forza alle parole. Domando alla volta che un gabbiano rifinisce perché m´impegno a dare alle parole potenza di linterna.

5

Il mio passo é molto lento. I cammini li so a memoria, peró la mia crosta pesa. Il mio paso é tardivo. La mia testa si bamboleggia col ritmo di yo-yo di bambino. El mio paso non stanca, manca di effetto, ma lascia pendoli al mio raccoglimento e dá odore di insetto alle mie canzoni.

6

Mi approprio delle felci. Unicellulare é la mia pace nei confini. Qualcuno mi ha detto di una parola che strega, di una parola che all´invocarla avvicina ai confini e apre le ostriche e annoda i tentacoli dei grande pesci. Qualcuno mi ha detto di questa parola e mi lancio dalle mie rive nei pomeriggi quieti quando aspetto la pace che sempre mi arriva. Qualcuno mi ha detto ed io sempre mergoglio; porto scanfandro e tubi, porto vestito leggero, porto licheni, porto incantesimi, porto nelle braccia peso, membrana porto tra le dita. Gli abitanti della pace marina guardano il cristallo del mio scafandro e scoprono che porto un globo da pesci al posto dal viso.


Dalle tegole

1

Le tegole non ci stanno con la testa. Le criniere si tessono da sole permettendo la discesa dalle vigilie. Troveremmo un nuevo albero se tagliassimo con esse a ogni fioritura. Ho paura che non sia pratico decimare l´albero.

2

La carne degli insetti bruciati nella pira delle zavorre emette fumo nerazzurro, mi fu detto quando conducevo le formiche al disastro.


3

In veritá le fiorature non sono nuove. I movimenti hanno a che vedere con la rotazione della terra. Le gambe mi crebbero senza che me ne rendessi conto.

4

Il vomito che abbandona el mio ombelico e continua verso il pube di lei é grigiaceo ed ha il fervore della materia morta.


5

La coda di questa serpe crece ad albero e le sue radici mi alzano i molari. Condimento di tegole che apre campo a fioriture ed emigra portando le mie mucose a una certezza che non molla.

6

Dovrá essere un giallo qualsiasi di una mattina qualsiasi. Dovrá sbocciare quando la luna colmi e affiori dai ventri melma. La pianura dovrá essere coperta di nastrini di girasole con lingua. Dovrá essere uno scalpello che sporga dal ventre di lei. Dovrá essere lei portando i seminati accovacciata in attesa. Che non graffino il suo ventre le lame dell´erba secca.


7

I porta-fogli faranno processione di strie. Sono cresciute nelle pozzanghere rane nere. Domani sará presto quando le tegole ricevano le orine delle botteghe. La processione si fa lunga come la semenza. I portaestandarti recano arrotolate le carovane. I porta-rotte si accrescono di telline. Dovrá venire rogo dagli insetti afferrati potando la vasta semina.


Venti

1

Nel silenzio, piccolo mostro saltamonti di questa campagna annegata, sto con la parola vento. Oscuri i sensi dell´esilio e altezzosa la memoria, bambino coi verdi fermi, fermentate con le viti succose. Odoro di uomo che il vento sparge.



2

Di umiliazioni i giorni. So a fumo nero di carne di fiume e di acqua di fonte. Vulnerabili i cielo oscuri portano con sé denti e unghie. Si spaccano le luci e ripeto a cantilena i nomi. Aizzo i cani a pasturare i venti. Senza un grido si bruciano.


3

Gli odori presento sostituendo la pioggia. Nelle coste della terra lontana s´impenna l´acqua. Misteriosi animali marciano negli occhi con cui avvolgo i miei piedi. Conto in risposta le strie nelle nubi. Scrivo una letrera dove la parola vento secca.



Sulla domenica battono tamburi i nodi d´erba

1

Una sciarpa aspetto dalle alghe. Una stria spunta nel piumaggio del vespro. Roditore, l´asfalto. Le tempeste, dita sulle polvere, immanenze. Raffica, conduttura dal lungo collo. Le scale si sfogliano. Legge al piccolo e beve liquore raggrinzito, di cera. Nelle valige tratti informi e nei tendini fari, per scrutare.

2

Il letto, transparente. I pescatori, raffica. Di sale le attese. Dimorano pellicani sulla tavola dell´oscuritá. Comincia appena, senza mai riposare. Prescribo collage agli itinerari di ogni mattina. Canale di mercurio, sulla mappa. I leoni d´acqua mangiano il fuoco dell´alta montagna. Mezzo giorno carico di scrittura lunga.

3

Tracce di muratori, canzoni e polvere, concerto nocturno. Pago gli sprechi del tempo. Nell´oscuritá i gesti, pazzia pirata. Da lontani inverni astratta si bagna. É lunga la notte, spalle stracche. Le foglie si spaccano confuse. Un segno, almeno, nell´odore della misura umana. Sulla domenica battono tamburi i nodi d´erba.



Davanti al viaggio dell´autunno

1

Non c´e pietá in questo silenzio. Veloci i grigi sulla fredda sensazione dei ponenti. Sui rami scivola una forbice. La malinconia fa dimora nei vicoli del pomeriggio.

2

Si alzano i sudori delle paure nell´ammicco delle piccole casse. la nave é carichata di goles cavate e cicale. La tristezza stampa le piastrelle per le piazze. La mia voce, punticchiata d´isole che si saggiano.

3

La luce sola se ne rimane dietro al fumo delle stoppie. Superficie guadagna l´acido di un musicista che scaccia le tenebre. Devo andarmene ora, l´autunno comincia ed é di nuevo quel suo viso di pelle fresca.


Ombre


1

Le ombre allungate dell´autunno in questa rossa ferita della fretta aperta. Di amianto i silenzi che inseguo fino alla terra fra gli alberi. La mia, nel prato cucita dalla pioggia.

2

Silenzio, ti si adossano gli auguri qual calma inclinazione. Ombre, di voi si dice nella memoria giorno inginocchiato. Nelle pareti del fogliame il calcare fronteggia il dormiveglia.


3

Il frascame al centro anticipa la penombra per l´acredine dell´acqua effimera. Povera stanchezza mia, ci si dovrá alzare alla nuova mattina.


Uscita in compimento degli accordi

1

I sentieri, abbandono la strettezza della calce per odorare emanazioni e interrogare altre lingue. Nei colori che arrivano, i capricci dell´acqua. Uomini e barca, non so se saranno capaci di vedermi, invisibile, d´aria.

2

Identifico delle rocce le antiche incisioni. Sono evidenti le intenzioni della finitudine e l´efficacia degli olii. Non posso togliermi lo iodio dalle vertebre e la visione di gocce conformando una conchiglia.

3

Nubi e tentativi, lunghezza. Riesco a vedere il nascente e le foche. C´e un freddo di spugne, una lassitudine. Non ho dubbi su traslati e spazio. Semino saliva, non so fare altro. Le mie braccia, fregiate di nastri.

4

Si annegano i corridoi di fretta e liscezza. I mosaici furono collocati al primo gonfiore delle pupille. Nelle palpebre, i giri fatti. Inerte, nelle linee della mano, il mio occhio, processo accordato alla mia carne.


In quel luogo

1

Strani gli avvenimenti del mare, certi i rami degli alberi. Gli uccelli, gli albori alla sera.


2

Vegetazione, all´entrata dei voli. La spirale é dura come gli scogli che frangono la marea.

3

La spuma, ove sempre. Sono dimagriti si, i gusci. Con stanchezza li restituisco al mare affinché tornino.

4

In quel luego morire sarebbe lungo interminabile eterno.



Morire sul serio, ancora…

1

Si approssima il giorno, spaventosa la luce. Gli alberi torneranno alle rive. Le domande finiranno vuote. La vita non é questo, erba cresciuta.

2

Non fingo la paura, giá c´erano fazzoletti annodati al collo dei lupi. I deserti, circostanze, purghe d´intervalli.

3

Morire sul serio, ancora. Abile pazzia, ugual fulmine mi scuote. Salivo, sta per cominciare, non si ripeta. Gli occhi scavati, in questo addio.



Un sibilo di silueta

1

Tracce serpegianti i parasole sulla grida dove forma volta il vento. La serpe é solitaria nella carne arenosa. Sto messo sotto i tetti grigi alzati dallo sprofondamento delle coste e dai miei viaggi al silicio appiccicato al torace delle onde.


2

Le tendine si smuovono con vagiti plasmati alle forme nei venti dell´inizio. Il rumore, strazzio. Oh, tempesta, fuga, ti guardo dal ritiro delle alghe e dalle forme propizie che avanzano sulla scogliera.

3

Le barbe crescono ramate dalle maschere che le nubi assumono e un dettato s´apre nei fiaschi di colori dei viaggiatori delle acque. I legni divengono smorfie ai cammini della cera e alla fila di palpebre gonfie. Nella pelle della fronte delle folgie gioca con il vento uno stelo.

4

Cerco l´acquiescenza quando i dadi freddi scivolano la pendente. Il sale si condensa nel cuoio di liquore di convento e s´ilfilza qual filo sosteniendo i bordi delle labbra. Oh, orizzontale ondulazione, fende l´aria un sibilo di siluetta che si inclina qual gabbiano.


Poema da un camino condiviso

1

Pino, persiste dall luci intermittenti verso le solitudine. Nelle radici, chiocciole. Modifico la disposizione dei mobili. Converso a lungo con i legni e gli ombrelli appendo nei crepitii.

2

Il parché scricchiola con vecchi movimenti. Le canzoni, salsedine. L´odore, dai tappeti. Ingoio intero dall´eucalipto. Mi siedo ad aspettare i fichi e ascolto nomi e sagnalazioni.


3

Tangibili i bruchi nella tavola che seguo e nelle ginocchia le angustie ordinarie. Le pareti con eruzioni e le mie gengive con i dubbi. Accetti farsi fumo e riempia la mia stanza. Dispongo i lividi sorgano solo dalla mia insensatezza sulle vene.

4

Scrivo somerso di bosco. Hanno cambiado di grossore i grani della terra. Cerco suoni rochi e il tessuto. procuro una striscia di pelle per sostenere la spuma allacciata alla mia fronte.

5

Abbevero colazioni impanate di arena. Scrivo nella lava dell´ombelico verticale. Nelle banchine ricevo gli odori e le pelli. Dalla lengua appena appresa mi bevo la bottiglia.

6

Rinoceronte, acque temperate del suo corpo. Mi alzo, rizzato fino alla certezza. Si installó vicina al mio camino dando voce alla legna. Canto l´ubriachezza che mi resta.


Visita appena

1

La nostra immagine, ruzzano. Mi apparento alle ali contate. Piante gambute, saccheggio ogni memoria. I tucani s´ arrotolano, la montagna muta, la cittá ti ha visto. É fuggito il tigre a terreno tuo.

2

Sabbietta, la veglia. Mastico avocato, silenzio estenuante del ramo immobile. Mutezza negli uccelli, nessuno mi chiede di sapere dei canti né canti esistono.

3

No alle comete di code di tempie, no allo stupore, manca. Foró questa valle, visita appena, torneo di semina di olio caldo. Tremo, non morde. Anticipata, la notte.


Leggo la mia storia

1

Leggo la mia storia mutata in un istante. Ascolto e una lontanaza di volti mi si avvicina allo spegnimento deglo occhi.

2

Accendo la gola, piove in avanti. Il volto di un nano, il seno di una ragazza, chiudo, tubo metallico di un sigaro.

3

Essere giovane fu triste, uomo sul calice aperto le acque. Il silenzio é adesso balsamo, lingua bianca.

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